Martedì 3 novembre gli americani sono chiamati alle urne per le elezioni di metà mandato. Donald Trump non è in lista, ma nessuno ha dubbi sul fatto che il vero protagonista sia lui: il voto è, di fatto, la pagella che gli elettori consegnano a un presidente arrivato a metà del suo secondo mandato. In gioco ci sono tutti i 435 seggi della Camera, 35 seggi del Senato e 36 governatori.Provo a mettere in ordine che cosa dicono oggi sondaggi, modelli e mercati, e soprattutto che cosa può voler dire per chi ha un portafoglio.Perché i Democratici partono favoritiLa storia gioca dalla loro parte: dal 1906 il partito del presidente ha guadagnato seggi alla Camera in soli tre midterm. Il clima di queste settimane aiuta ancora di più, tra prezzi e carburanti alti, una guerra in Iran poco popolare e un gradimento del presidente che, a seconda della media dei sondaggi, si colloca tra il 35 e il 39%, con alcune rilevazioni singole attorno al 30 o al 33%. Alla domanda generica su chi si preferisca per il Congresso, i Democratici sono avanti di circa 7 o 9 punti nelle medie più recenti.C'è però un freno all'onda blu. Di recente dieci Stati hanno ridisegnato i collegi elettorali, e le stime parlano di un vantaggio strutturale per i Repubblicani tra i 6 e i 10 seggi. È un po' come partire in una gara con dieci secondi di penalità: il vento politico soffia in una direzione, ma una parte della spinta viene assorbita dalla mappa. Per questo, anche con sondaggi molto favorevoli, una maggioranza democratica alla Camera potrebbe risultare stretta.Ecco che cosa dicono oggi modelli e mercati di previsione. Le percentuali indicano la probabilità che i Democratici ottengano la maggioranza.

Una precisazione utile: un 80% non è una certezza, significa che su cinque volte ne perdi una. E i mercati di previsione raccontano le attese di chi scommette, non il pensiero degli elettori. Per Poliwave lo scenario più probabile è il doppio successo democratico alla Camera e al Senato (57%), seguito da Camera democratica e Senato repubblicano (20%).Il Senato è la vera partitaOggi i Repubblicani hanno 53 seggi contro 47. Ai Democratici ne servono quattro netti, perché in caso di parità decide il voto del vicepresidente JD Vance. La mappa è in salita ma si è allargata: Texas (con Talarico contro Paxton), Ohio (Sherrod Brown contro Husted), Maine (Collins contro Troy Jackson), Iowa, Michigan, Carolina del Nord e Alaska sono le gare da seguire.Secondo la media di Silver Bulletin, i Democratici sono avanti di 2,5 punti in Texas, di 3 in Ohio, di 3,6 in Alaska e di 2,4 in Maine. Sono margini che un normale errore dei sondaggi può cancellare. È come un treno che arriva con tre minuti di anticipo: basta un imprevisto per ritrovarsi in ritardo.Aggiungo una nota di prudenza. I modelli accademici raccolti a metà ottobre dalla rivista PS: Political Science & Politics erano unanimi sulla Camera ai Democratici, ma sul Senato si dividevano, con una leggera prevalenza per una tenuta repubblicana di misura. Sul Senato, insomma, la fotografia è meno nitida di quanto le percentuali di oggi facciano pensare.
